giovedì 14 febbraio 2008

Atlantide - Il continente perduto


“Fra tutte una s'estolle per importanza e per valore. Dicono infatti le scritture che la città vostra ebbe a stroncare immane potenza, violenta, procedente contro l'Europa insieme e contro l'Asia. E di fuori proveniva, dall'immenso Atlantico mare. In quei tempi lontani, era possibile valicare quest'immenso mare perché vi era un'isola; e quest'isola stava appunto innanzi a quella stretta foce che ha nome, come voi dite, Colonne d'Ercole. Ed era quest'isola più grande insieme della Libia e dell’Asia. E a chi procedeva da quella, si apriva il passaggio ad altre isole; e da queste isole, a tutto un continente opposto, intorno a quello che veramente è mare aperto."

Questo brano è tratto dal ‘TIMEO’ di Platone (http://www.filosofico.net/timeo.html), che è il primo testo nel quale venga citata Atlantide, la potente monarchia di origine divina le cui mire espansionistiche vennero fermate dalla sconfitta ad opera degli Ateniesi.
La storia di Atlantide viene ripresa nel Crizia, il dialogo successivo (http://www.filosofico.net/crizia.html) , dove si descrive più in dettaglio questa enorme isola, che era divisa in dieci zone ciascuna retta da un figlio di Poseidone e dai loro discendenti. Inizialmente questi governarono avvedutamente, ma poi a causa della forzata convivenza tra i mortali la loro saggezza venne meno fino a quando Poseidone decise di rimediare alla situazione. Il dialogo attualmente in nostro possesso si interrompe proprio in questo punto, probabilmente perché Platone non lo completò.

La veridicità del racconto di Platone venne negata dal suo allievo Aristotele, ma altri nell'antichità lo accettarono come un fatto storico, dando inizio a un dibattito che continua tuttora.

Sostanzialmente le prime novità oltre ai dialoghi platonici iniziarono a comparire nella prima metà del XVI secolo, quando si cominciò a parlare di un'origine atlantidea delle civiltà americane appena scoperte. Nel XIX secolo l’abate Charles Brasseur fece una traduzione (in seguito rivelatasi errata) di antichi testi Maya, che furono interpretati come una conferma del racconto di Platone. Altre interpretazioni portarono a definire un altro continente scomparso, Mu, nel Pacifico, di cui Atlantide era una colonia oppure una civiltà distinta.

Molte ipotesi sono state fatte sull’esistenza e la scomparsa del mitico continente di Atlantide. Questo avrebbe dovuto essere nell’Oceano Atlantico, tra Africa ed Americhe, e le Azzorre ed i Caraibi sarebbero i resti della sua scomparsa. In molti luoghi si troverebbero resti di edifici e strade costruite da questa civiltà scomparsa.

Le indagini effettuate sui fondali oceanici e la nostra conoscenza della tettonica ci permettono di escludere la possibilità che un tale continente sia realmente esistito. Non esiste nessuna prova ne indizio che ci possa far supporre che una civiltà sia mai esistita ‘oltre le colonne d’Ercole’, visto che non ha lasciato resti di nessun tipo.

Ma allora di che cosa parlava Platone? Non esiste una risposta certa.

Un'interessante teoria ipotizza che la leggenda di Atlantide non sarebbe altro che la memoria, deformata e ingigantita dalla tradizione orale e da errori d'interpretazione, della rovina della civiltà cretese, che avvenne attorno al 1450 a.C. in circostanze tutt'ora non ben chiarite. Essa sarebbe stata causata dall'esplosione del vulcano dell'isola di Tera (l'attuale Santorini) a circa cento chilometri dalle coste cretesi. Il cataclisma provocò il parziale sprofondamento dell'isola e giganteschi terremoti e maremoti nei suoi dintorni che, abbattendosi su Creta, causarono le distruzioni che possiamo osservare e la prematura scomparsa di questa civiltà.

L’ipotesi più probabile è che Platone abbia inventato il racconto di Atlantide a scopo illustrativo, riferendolo nonostante tutto come vero. Questa tecnica narrativa è usata dal filosofo greco in altre occasioni nei suoi dialoghi, e viene esplicitamente teorizzata e giustificata per raggiungere lo scopo dell'autore.

Alla prossima.

Da Il Novese, Giovedì 14 Febbraio 2008, Numero 6

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