giovedì 22 maggio 2008

La cura dolce. Forse troppo.


In un articolo su ‘Il Corriere della Sera’ dello scorso 28 Novembre Margherita De Bac parla dell’ultima ‘stroncatura’ fatta dalla rivista ‘Lancet’ alla famosa pratica dell’Omeopatia.
E’ invece recente la triste storia di una ragazza fiorentina morta per aver sostituito, su consiglio dell’omeopata, l’insulina con le vitamine. E’ forse il caso di chiarire che cosa è l’omeopatia, e su che principi si basa.

Fra tutte le medicine cosiddette "alternative" l'omeopatia è sicuramente fra quelle che nel mondo occidentale hanno riscosso il maggior successo. Fondatore di questa disciplina è il tedesco Samuel Hahnemann (1755-1843) il quale, sperimentando soprattutto su sé stesso le proprietà della corteccia di china e di altre sostanze quali arsenico, digitale e mercurio, si convince della validità dell'ormai noto principio: similia similibus curantur (il simile cura il simile).

Nell'Organon della Scienza Medica razionale (1810), la sua più importante opera, Hahnemann sostiene, infatti, che per curare una malattia o un malessere si debba assumere in bassissime dosi una sostanza che, generalmente, provoca nell'organismo gli stessi sintomi che si vogliono eliminare. Così in base a questo assunto, non oggettivamente dimostrato, sarebbe corretto prescrivere caffeina per curare l'insonnia o estratto di api per le infezioni cutanee, naturalmente alle appropriate diluizioni. Diluizioni che però noi oggi sappiamo essere un po' troppo "spinte" per permettere a una qualsiasi sostanza di conservare una certa efficacia.
Nella pratica omeopatica si è infatti soliti usare le cosiddette diluizioni centesimali generalmente indicate con la sigla CH. Un grammo di sostanza sciolto in 100 ml di acqua rappresenta la prima diluizione centesimale ovvero 1CH; un centesimo di grammo sempre in 100 ml costituisce la 2CH e così via.
E' possibile dimostrare con un calcolo relativamente semplice che alla trentesima diluizione centesimale la concentrazione del farmaco è pari a quella che si otterrebbe sciogliendone 1 grammo in un volume di liquido pari a circa 714 milioni di miliardi di volte il volume del Sole.
Per alcuni principi attivi, come il mercurio, si utilizzano soluzioni che arrivano alla 200 CH. In altre parole è possibile affermare che nei rimedi omeopatici, una volta effettuate le diluizioni, non esiste più alcuna molecola del farmaco in questione ed essi sono letteralmente indistinguibili dall'acqua pura.

La mancanza di una spiegazione per l’omeopatia non sarebbe importante se ci fosse una qualche prova di efficacia di questo tipo di terapia.

Ebbene, nonostante gli innumerevoli studi fatti in tutto il mondo, non esiste nessuna prova che i principi alla base dell’omeopatia siano validi. Anzi, TUTTI gli studi clinici effettuati con procedure controllate, in doppio cieco, hanno ripetutamente dimostrato che i preparati omeopatici non hanno nessuna valenza terapeutica al di fuori dell’effetto placebo.

Che significa ‘effetto placebo’? Semplicemente, prendo qualcosa che credo mi faccia bene, e quindi mi sento meglio. Autosuggestione, null’altro. Nessun effetto medicinale di alcun tipo – sarebbe impossibile, visto che nel preparato omeopatico non c’è traccia di principio attivo!

Forse questo spiega perché Piero Angela fu completamente assolto dall’accusa di diffamazione fattagli dagli omeopati per un servizio di SuperQuark nel quale si diceva che l’omeopatia non è una cosa seria…

Alla prossima.

Da Il Novese, Giovedì 22 Maggio 2008, Numero 20

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