giovedì 28 febbraio 2008

Bisesto anno funesto


Il nostro calendario è un diretto discendente di quello usato dai romani. Lo stesso nome, calendario, deriva da calendarium, il registro delle tasse, che erano riscosse ai primi di ogni mese, ossia alle calende.

Queste erano dei giorni che facevano parte della tradizionale suddivisione del mese in calende, none ed idi, a cui per colmare la differenza con il mese lunare ne erano aggiunti degli altri. Tale sistema fù usato dagli antichi romani sotto la leggendaria monarchia di Numa Pompilio, sino alla riforma operata da Giulio Cesare che introdusse il sistema in uso presso gli egiziani.

Il calendario ‘giuliano’ (in onore di Giulio Cesare) era basato sull'anno di 12 mesi e 365 giorni, ai quali ogni 4 anni, per colmare la differenza fra il valore intero e fittizio di 365, e quello decimale e reale di 365,25 giorni, veniva aggiunto un giorno nel mese di Febbraio precisamente il sesto prima delle calende di Marzo, che in tal modo veniva a cadere per due volte (Bis sextus dies ante calendas martias) e perciò era chiamato bisesto, da cui anno bisestile.

Nonostante varie riforme il calendario giuliano rimase in vigore dal 46 A.C. sino al 1582 D.C. con la differenza, che se prima gli anni erano contati "ab urbe condita", dalla fondazione di Roma (avvenuta nel 753 A.C.), dal 532 D.C., con il cristianesimo trionfante sulla religione pagana dei romani, si decise di contare gli anni a partire dall'anno successivo alla nascita di CRISTO, l'1 D.C. (Grazie Astrosurf).

E allora da dove esce il detto ‘bisesto anno funesto’?
Si può far risalire ai romani (sempre loro!), in quanto il bisestile cade in Febbraio, il loro mese dei morti, dedicato ai defunti ed ai riti di purificazione.

In seguito, nel XV secolo, Michele Savonarola (si, proprio il nonno di Gerolamo), mise per iscritto le sue pessime opinioni sugli anni bisestili, secondo lui nefasti per greggi e vegetazione, aiutandone la cattiva fama.

Alla fine, molto probabilmente, come giustamente dice Mitì Vigliero nel suo blog, l’anno bisestile è considerato funesto solo perché sin dai primordi della civiltà, tutte le cose anomale rispetto alla norma (come le eclissi, le comete, le piogge colorate ecc), erano considerate di cattivo auspicio; un anno diverso dagli altri era strano, “mostruoso“, e perciò - scatenando le paure irrazionali ed ataviche dette superstizioni- giudicato sicuramente foriero di avvenimenti imprevisti e particolari. La nostra innata tendenza a ‘rinforzare’ le credenze ci fa evidenziare gli eventi accaduti in anni bisestili, senza considerarne la probabilità media.

Alla prossima.

Da Il Novese, Giovedì 28 Febbraio 2008, Numero 8

giovedì 21 febbraio 2008

Il trucco della corda indiana

Chiamato ‘il trucco che non muore mai’, nel nono secolo il filosofo Indiano Shankaracharyya raccontò nel ‘Mandukya Upanishad’ (Sutra 17) la storia “del mago, il mayavin, che tirò una corda in aria e quindi, armato, si arrampicò su di essa tanto in alto da sparire alla vista, per andare in battaglia e finire smembrato: dopo che le parti del suo corpo caddero a terra egli fu visto rialzarsi e non ci sono dubbi nel pensare alla realtà del magico trucco effettuato”.

Tracce di questa abilità immortale appaiono nuovamente nei resoconti dettati dal famoso viaggiatore-mercante Veneziano Marco Polo, nel 1289. Si pensa che egli vide questo trucco nel cortile del palazzo del Kublai Khan in Pechino. Solo 39 anni più tardi, Ibn Batouda, nativo di Tangeri, uno dei più famosi viaggiatori del tempo, documentò questo trucco presentato da un mago cinese durante un banchetto nel palazzo d’estate del Khan a Hangzhou, allora definita la più grande città del mondo conosciuto.

Si racconta che nel 1856, durante una visita del Principe di Galles in India, si cercò in tutto il paese qualcuno in grado di eseguirlo. Tuttavia, i resoconti ufficiali del viaggio, pur citando vari fachiri e maghi che si esibirono ed i loro numeri, non menzionano il trucco della corda indiana.

Lo scrittore e giornalista americano John Booth (http://www.mcmaster.ca/ua/alumni/gallery/G28638.htm), quando nel 1948 si trovò in India come corrispondente del Chicago Sun, offrì una ricompensa per trovare qualcuno in grado di effettuare quel trucco, senza esito. Tentò nuovamente nel 1957, offrendo 25.000 rupie, di nuovo nulla. La cosa divertente è che in India, dove il trucco dovrebbe essere nato, Booth (ed altri, per esempio Thurston, famoso prestigiatore) non solo non trovò fachiri in grado di farlo, ma scoprì anche che la maggior parte degli indiani non ne aveva mai neppure sentito parlare!

Come è possibile che questo trucco, praticamente sconosciuto in India (dove dovrebbe essere di casa), sia così famoso? Ebbene, pare che la fama di questo trucco sia nata da un articolo pubblicato il 4 Agosto 1890 dal Chicago Tribune, a firma Fred S. Ellmore. Articolo che, 4 mesi più tardi, il giornale ammise essere un falso ‘scritto per presentare una teoria in forma di intrattenimento’. Insomma, si tratterebbe di una bufala (anzi, bUFOla) ante litteram!

Alcuni studi attribuiscono la diffusione di questa notizia agli scritti di Sir John Mandeville tra il 1357 ed il 1371. E’ stato suggerito che Mandeville (che pretendeva di essere Inglese di nascita e Cavaliere, mentre in realtà era un medico, residente a Liegi, in Belgio, conosciuto come Johains a la Barbe o Jehan Bourgogne) abbia copiato, o preso ispirazione da, gli scritti di Marco Polo, che si presume sia stato testimone del Trucco della Corda 68 anni prima dell’uscita degli appunti di Mandeville.

Peter Lamont, ricercatore all’Università di Edimburgo, ha scritto un interessante libro al riguardo (http://skepdic.com/indianrope.html) , pubblicato anche in Italia (La leggenda della corda e del bambino che scompare, Ed. Neri Pozza). L’argomento è anche stato trattato nel numero 6 della rivista MAGIA (www.rivistamagia.it), che ho saccheggiato per scrivere questo articolo ed a cui vi rimando per approfondimenti (la potete trovare alla Biblioteca Civica di Novi Ligure).

Alla prossima.

Da Il Novese, Giovedì 21 Febbraio 2008, Numero 7

giovedì 14 febbraio 2008

Atlantide - Il continente perduto


“Fra tutte una s'estolle per importanza e per valore. Dicono infatti le scritture che la città vostra ebbe a stroncare immane potenza, violenta, procedente contro l'Europa insieme e contro l'Asia. E di fuori proveniva, dall'immenso Atlantico mare. In quei tempi lontani, era possibile valicare quest'immenso mare perché vi era un'isola; e quest'isola stava appunto innanzi a quella stretta foce che ha nome, come voi dite, Colonne d'Ercole. Ed era quest'isola più grande insieme della Libia e dell’Asia. E a chi procedeva da quella, si apriva il passaggio ad altre isole; e da queste isole, a tutto un continente opposto, intorno a quello che veramente è mare aperto."

Questo brano è tratto dal ‘TIMEO’ di Platone (http://www.filosofico.net/timeo.html), che è il primo testo nel quale venga citata Atlantide, la potente monarchia di origine divina le cui mire espansionistiche vennero fermate dalla sconfitta ad opera degli Ateniesi.
La storia di Atlantide viene ripresa nel Crizia, il dialogo successivo (http://www.filosofico.net/crizia.html) , dove si descrive più in dettaglio questa enorme isola, che era divisa in dieci zone ciascuna retta da un figlio di Poseidone e dai loro discendenti. Inizialmente questi governarono avvedutamente, ma poi a causa della forzata convivenza tra i mortali la loro saggezza venne meno fino a quando Poseidone decise di rimediare alla situazione. Il dialogo attualmente in nostro possesso si interrompe proprio in questo punto, probabilmente perché Platone non lo completò.

La veridicità del racconto di Platone venne negata dal suo allievo Aristotele, ma altri nell'antichità lo accettarono come un fatto storico, dando inizio a un dibattito che continua tuttora.

Sostanzialmente le prime novità oltre ai dialoghi platonici iniziarono a comparire nella prima metà del XVI secolo, quando si cominciò a parlare di un'origine atlantidea delle civiltà americane appena scoperte. Nel XIX secolo l’abate Charles Brasseur fece una traduzione (in seguito rivelatasi errata) di antichi testi Maya, che furono interpretati come una conferma del racconto di Platone. Altre interpretazioni portarono a definire un altro continente scomparso, Mu, nel Pacifico, di cui Atlantide era una colonia oppure una civiltà distinta.

Molte ipotesi sono state fatte sull’esistenza e la scomparsa del mitico continente di Atlantide. Questo avrebbe dovuto essere nell’Oceano Atlantico, tra Africa ed Americhe, e le Azzorre ed i Caraibi sarebbero i resti della sua scomparsa. In molti luoghi si troverebbero resti di edifici e strade costruite da questa civiltà scomparsa.

Le indagini effettuate sui fondali oceanici e la nostra conoscenza della tettonica ci permettono di escludere la possibilità che un tale continente sia realmente esistito. Non esiste nessuna prova ne indizio che ci possa far supporre che una civiltà sia mai esistita ‘oltre le colonne d’Ercole’, visto che non ha lasciato resti di nessun tipo.

Ma allora di che cosa parlava Platone? Non esiste una risposta certa.

Un'interessante teoria ipotizza che la leggenda di Atlantide non sarebbe altro che la memoria, deformata e ingigantita dalla tradizione orale e da errori d'interpretazione, della rovina della civiltà cretese, che avvenne attorno al 1450 a.C. in circostanze tutt'ora non ben chiarite. Essa sarebbe stata causata dall'esplosione del vulcano dell'isola di Tera (l'attuale Santorini) a circa cento chilometri dalle coste cretesi. Il cataclisma provocò il parziale sprofondamento dell'isola e giganteschi terremoti e maremoti nei suoi dintorni che, abbattendosi su Creta, causarono le distruzioni che possiamo osservare e la prematura scomparsa di questa civiltà.

L’ipotesi più probabile è che Platone abbia inventato il racconto di Atlantide a scopo illustrativo, riferendolo nonostante tutto come vero. Questa tecnica narrativa è usata dal filosofo greco in altre occasioni nei suoi dialoghi, e viene esplicitamente teorizzata e giustificata per raggiungere lo scopo dell'autore.

Alla prossima.

Da Il Novese, Giovedì 14 Febbraio 2008, Numero 6

giovedì 7 febbraio 2008

La differenza esiste


In questa rubrica mi capita (e mi capiterà) spesso di citare la ‘scienza’. Questa parola, secondo me, non indica un insieme di nozioni, bensì un modo di affrontare il mondo, con umiltà e mente aperta, per cercare di capire ciò che ci circonda.
La scienza è uno strumento di conoscenza. Non è perfetto, ma è il migliore che abbiamo. E’ il sistema che ci ha permesso di sconfiggere malattie, di arrivare sulla Luna e su Marte, di iniziare a svelare i segreti del DNA, di allungare la vita umana, che ci ha aperto alle meraviglie dell’immensamente grande e dell’immensamente piccolo.

La scienza non sa tutto, ovviamente, e sa di non sapere. Non da niente per scontato, non rifiuta idee nuove o fenomeni sconosciuti. Si mette sempre alla prova, cercando una spiegazione migliore ai fatti. Chiede a se stessa di dimostrare le proprie affermazioni, ed onora chi riesce a scoprire la falla nella teoria.

Ovviamente ci sono casi in cui la ‘scienza ufficiale’ ha rifiutato idee che erano in contrasto con le teorie dominanti. Per esempio, la deriva dei continenti fu derisa quando fu presentata, ma in seguito, grazie alle verifiche sul campo, la ‘tettonica a zolle’ è diventata un caposaldo della moderna geofisica.

La base della scienza è il metodo scientifico, ovvero un sistema di controlli e procedure per verificare obiettivamente se una teoria è in grado di spiegare le osservazioni e di prevedere fenomeni osservabili. Il tutto senza tirare in ballo entità misteriose ne complotti per nascondere la ‘verità’, che sono i ‘marchi di fabbrica’ delle pseudoscienze.

Vorrei riportare un brano tratto da ‘Il mondo infestato dai demoni’, l’ultimo libro di Carl Sagan, famoso astrofisico, grande divulgatore, e padre del progetto SETI (http://www.seti.org/), scomparso il 21 Dicembre del 1996:
"A una cena, molti decenni fa, fu chiesto al fisico Robert W. Wood di rispondere al brindisi ‘alla fisica ed alla metafisica’. Per ‘metafisica’ si intendeva qualcosa di simile alla filosofia, ossia verità che si potrebbero riconoscere semplicemente riflettendo su di esse. Fra queste verità poteva esserci anche la pseudoscienza. Wood rispose pressappoco così: il fisico ha un’idea. Quanto più riflette su di essa, tanto più gli pare che abbia senso. La consultazione della letteratura scientifica gli fa sembrare l’idea ancora più promettente. Allora va in laboratorio per verificarla con un esperimento. L’esperimento è lungo e complesso. Il fisico controlla molte possibilità, affina le misurazioni e riduce il margine di errore. L’unica cosa che gli interessa è il responso dell’esperimento. Alla fine di tutto questo lavoro l’idea risulta essere sbagliata. Il fisico, allora, la lascia cadere, si libera la mente dall’errore, e passa a studiare qualche altra cosa.
La differenza tra fisica e metafisica, concluse Wood alzando il bicchiere, non è che i cultori dell’una siano più intelligenti dei cultori dell’altra. La differenza è che il metafisico non ha un laboratorio."

Alla prossima.

Da Il Novese, Giovedì 7 Febbraio 2008, Numero 5

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